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  CRITICA     FRANCESCO SANTANIELLO  
 
 
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    Per un artista chiamarsi Crivelli è una grande responsabilità , poiché questo nome rimanda a quel singolare genio della pittura rinascimentale che è stato Carlo Crivelli (1430 ca. – 1495), m anche al meno noto Angiolo Maria Crivelli, detto il Crivellone, operante fra la fine del Seicento e il primo trentennio del Settecento, specializzato nelle rappresentazione di nature morte, scene di caccia, di volatili e altri animali. Valentina Crivelli, nata ad Amelia nel 1971, è una giovane pittrice che solo ora a deciso di “uscire allo scoperto” presentando una selezione di sue opere al pubblico. Le sue tele sono intrise di una sottile elegia del quotidiano, i personaggi, le situazioni o gli oggetti rappresentati sono indagati in senso introspettivo; lo sguardi dell’artista esalta il tono intimistico degli eventi - apparizioni che hanno catturato la sua attenzione. L’interesse per discipline sociologiche e d antropologiche spinge Valentina Crivelli verso l’analisi di stati d’animo e azioni legati alla realtà quotidiana, anche nei suoi aspetti più semplici e apparentemente banali: una ragazza (la stessa autrice) che si trucca, o si depila, un giovane di fronte ad un pub, una bimbetta dai grandi occhi, un anziano in attesa sui binari di una stazione. Eliminando ogni articolare superfluo ed esornativo, l’artista focalizza l’attenzione su pochi elementi rivelatori, li catapulta verso lo spettatore attraverso vertiginose inquadrature e tagli compositivi che si impongono con prepotenza alla nostra attenzione. La resa pittorica, inoltre, non prevede i tradizionali passaggi chiaroscurali: Valentina lavora con macchie di colori puri che creano una sorta di mappe emozionali, nelle quali l’espressività dei differenti toni sembra indicare le sfumature delle sensazioni trasmesse dai soggetti ritratti insieme a quelle percepite da chi sta di fronte all’evento pittorico. Alla giusta distanza l’occhio ricompone la tessitura cromatica conferendo agli elementi rappresentati la giusta volumetria e un chiaro plasticismo. Le immagini di Valentina Crivelli non sono definite attraverso un linearismo morbido e continuo, al contrario le forme hanno contorni frastagliati e schematizzati come se le figure fossero state scansionate in un monitor di computer.”
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Valentina Crivelli, a ragione, considera la realtà quotidiana come uno scrigno colmo di esperienze. Esperienze che rendono significativa l’esistenza di ciascuno di noi che le vive, “poiché le occasioni della vita sono infinite e le  loro armonie si schiudono ogni tanto a dar sollievo a questo nostro pauroso vagare per sentieri che non conosciamo” (P. V. Tondelli). Mutuando un antico topos dell’arte e della letteratura – il viaggio inteso come metafora della vita, del desiderio di conoscenza e “sete dell’infinito” (Durkheim), ovvero, dell’irrefrenabile, ineluttabile e istintiva esigenza che spinge gli uomini ad un’erranza tanto spirituale quanto esistenziale – Valentina, nella serie di opere presentate in questa sede, ha concentrato le sue indagini sui passeggeri dei vagoni di treni e metropolitane. Per l’esattezza ha scelto la tratta ferroviaria Terni-Roma, e la linea A  della metropolitana di Roma, direzione Ottaviano-San Pietro. Tale è stato il tragitto che ha ripetuto più volte per esigenze personali, ma in quei momenti è sorto in lei lo spontaneo desiderio-necessità di guardare ciò che le accadeva intorno. Un coacervo di varia umanità, una babele di lingue e dialetti, con tanto di afrori e profumi, si può trovare su queste linee: dai pendolari agli studenti, dalle prostitute ai barboni - le prime dirette o di ritorno dal lavoro svolto nelle città di periferia mentre i senza tetto dormono al caldo fino alla fine corsa -, dai turisti agli sfaccendati, dagli intellettuali alle più classiche famiglie. Che dire poi della metropolitana: la prima linea capitolina scelta da suore e prelati per andare all’udienza pontificia del mercoledì, da pellegrini più o meno motivati, orde di turisti pronti ad invadere i Musei Vaticani, vecchie checche che ad ogni scossone sono pronte a palpeggiare qualche patta a portata di mano, così come giovanotti o distinti signori non disdegnano, all’occasione, di saggiare la consistenza di glutei e tette, o scippatori e mendicanti di ogni nazionalità, mamme con i figli in braccio dirette al Bambin Gesù, ragazzetti coatti che pomiciano con le loro “raga”, nobildonne con guanti in capretto per proteggere le mani dai germi, filippine cariche di buste della spesa, buongustai che vanno da Castroni, suonatori di fisarmonica, qualche militare che ritorna in caserma, studenti che sperano di trovare libri di seconda mano da Maraldi, pretini di periferia che vanno a ritirare la loro bella talare fatta su misura in uno degli atelier specializzati, anziani….curiosi che si guardano intorno. E poi ci sono quelli che invece non alzano gli occhi dalla pagina che stanno leggendo e rileggendo, di libro o foss’anche dell’opuscolo pubblicitario appena raccattato. Niente e nessuno riuscirebbe a distogliere la loro attenzione da quel foglio: i loro occhi sono fissi lì, che sia il loro modo per estraniarsi dal “non luogo” in cui si trovano? In effetti, quaggiù, nella rete dei tunnel che creano sotto una qualsiasi metropoli un microcosmo, con tanto di microclima alimentato da venti propri, è più facile essere solo con te stesso; e mentre ti specchi sui finestrini controllando che non ti siano spuntati ulteriori capelli bianchi, ti rendi conto di come tutto scorra con velocità e tu sei lì “fermo” a riflettere, magari incroci uno sguardo malandrino, sonnecchi, oppure ti viene spontaneo pensare…
 “E ti viene da vivere, e ti viene da piangere
e ti viene da prendere un treno
andare affanculo, lasciare tutto com’è,
che qui non è facile, ti senti fragile,
qui, dove tutto quello che conta è quello che senti...
è sentire com’è... sentire com’è...
Com’è straordinaria la vita,
com’è, coi suoi segreti, i sorrisi, gli inganni.
Com’è straordinaria la vita,
che un giorno ti senti come in un sogno
e poi ti ritrovi all’inferno.
Com’è straordinaria la vita,
che non si ferma mai,si, non si ferma mai.” 
Ti ricorda Dolcenera dalle cuffie del tuo I-pod. Le tele di Valentina Crivelli sono intrise della sottile, impareggiabile elegia del quotidiano. Francis Bacon sosteneva che nell’arte c’è sempre bisogno di “[…] intrappolare la realtà in qualcosa di assolutamente arbitrario.” Ebbene, Valentina cerca di fare esattamente questo: non denuncia, non critica, non condanna, ma documenta a suo modo, sperimentando sulla sua pelle quel “qui e adesso”. Il suo sguardo è pronto ad esaltare anche il tono intimistico degli eventi-apparizioni che si manifestano nella loro banale successione. Banale sì, ma dannatamente concreta, scevra di idealizzazione, perché “Signore e signori questa è la vita!”: quella vera, non il surrogato propinato sugli schermi, o nelle pubblicità stampate, dove tutto è perfettino, dove i vestiti non sgualciscono mai, la messa in piega regge per intere settimane, dove arride sempre il successo, dove piovono milioni di euro; le cucine misurano decine e decine di metri quadrati, dove le signore puliscono il water sfoggiando maglioncini in cachemire e il dramma esistenziale più logorante è la scelta giusta del piano tariffario telefonico. Dicevamo del viaggio come metafora esistenziale, del bisogno di cambiamento, di un tragitto iniziatico verso l’ignoto, verso nuove possibilità, verso ciò che possiamo conoscere sulla concretezza del mondo esterno e la scoperta del Sé. Anche cinema e letteratura hanno proposto l’ambiente dei vagoni come possibile esempio di microcosmo comportamentale: che dire degli assassini di Agatha Cristie, dei compassati camerieri dell’Oriente Express, dell’ampio spettro di meschinità, passioni, eroismo comunicato dai passeggeri in Cassandra Crossing? La ricerca espressiva di Valentina Crivelli è incentrata sulla realtà: fenomenica e spirituale. L’interesse per le discipline sociologiche e antropologiche la spinge verso l’analisi di stati d’animo e azioni legati alla realtà quotidiana, anche nei suoi aspetti più semplici e comuni.Il realismo di Valentina Crivelli non è illustrativo. Eliminando ogni particolare superfluo ed esornativo, l’artista focalizza l’attenzione su pochi elementi rivelatori, li catapulta verso lo spettatore attraverso vertiginose inquadrature e tagli compositivi di chiara matrice fotografica, che s’impongono con prepotenza alla nostra attenzione. La resa pittorica, inoltre, non prevede i tradizionali passaggi chiaroscurali: Valentina lavora con macchie di colori che creano una sorta di mappe isoipse-emozionali, nelle quali l’espressività dei differenti toni sembra indicare le sfumature delle sensazioni vissute e trasmesse dai soggetti ritratti, pronte per essere captate da chi sta di fronte a quell’evento pittorico. Alla giusta distanza l’occhio ricompone la tessitura cromatica conferendo ai soggetti rappresentati la giusta volumetria e un chiaro plasticismo. Le forme dipinte dalla Crivelli si percepiscono come onde sonore che si propagano nello spazio da un nucleo originatore. Conscia del fatto che oramai siamo abituati a vedere attraverso il filtro dei monitor, Valentina rappresenta il mondo visualizzandolo alla maniera delle immagini digitali, vettorializzate: questa è la realtà tangibile dei nostri giorni, intimamente confusa con quella virtuale. Concettualmente e fattivamente Valentina applica un procedimento operativo affine a quello messo in atto da Roy Lichtenstein: analizza la struttura dell’immagine prodotta da una macchina (che potrebbe ripetersi in milioni di esemplari identici), la isola e la riproduce a mano facendone un pezzo unico e irripetibile. Cinquant’anni fa i macchinari più diffusi per produrre immagini stampate erano le rotative tipografiche, come quelle dei comic strips (i fumetti), oggi sono le stampanti dei pc. Cambiano i tempi, le modalità e gli strumenti della visione, ma il mezzo meccanico non potrà mai sostituire la manifattura del quadro, il lavoro del pittore (come sosteneva Courbet), che riveste l’opera d’arte della sua ben nota “aurea” (Benjamin). 

Francesco Santaniello, critico e storico dell’arte

 
 

 
 

 

 
 

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