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Per un artista chiamarsi Crivelli è una grande
responsabilità , poiché questo nome rimanda a quel
singolare genio della pittura rinascimentale che è stato
Carlo Crivelli (1430 ca. – 1495), m anche al meno noto
Angiolo Maria Crivelli, detto il Crivellone, operante fra la
fine del Seicento e il primo trentennio del Settecento,
specializzato nelle rappresentazione di nature morte, scene
di caccia, di volatili e altri animali.
Valentina Crivelli, nata ad Amelia nel 1971, è una giovane
pittrice che solo ora a deciso di “uscire allo scoperto”
presentando una selezione di sue opere al pubblico.
Le sue
tele sono intrise di una sottile elegia del quotidiano, i
personaggi, le situazioni o gli oggetti rappresentati sono
indagati in senso introspettivo; lo sguardi dell’artista
esalta il tono intimistico degli eventi - apparizioni che
hanno catturato la sua attenzione. L’interesse per
discipline sociologiche e d antropologiche spinge Valentina
Crivelli verso l’analisi di stati d’animo e azioni legati
alla realtà quotidiana, anche nei suoi aspetti più semplici
e apparentemente banali: una ragazza (la stessa autrice) che
si trucca, o si depila, un giovane di fronte ad un pub, una
bimbetta dai grandi occhi, un anziano in attesa sui binari
di una stazione. Eliminando ogni articolare superfluo ed
esornativo, l’artista focalizza l’attenzione su pochi
elementi rivelatori, li catapulta verso lo spettatore
attraverso vertiginose inquadrature e tagli compositivi che
si impongono con prepotenza alla nostra attenzione.
La resa
pittorica, inoltre, non prevede i tradizionali passaggi
chiaroscurali: Valentina lavora con macchie di colori puri
che creano una sorta di mappe emozionali, nelle quali
l’espressività dei differenti toni sembra indicare le
sfumature delle sensazioni trasmesse dai soggetti ritratti
insieme a quelle percepite da chi sta di fronte all’evento
pittorico. Alla giusta distanza l’occhio ricompone la
tessitura cromatica conferendo agli elementi rappresentati
la giusta volumetria e un chiaro plasticismo. Le immagini di
Valentina Crivelli non sono definite attraverso un
linearismo morbido e continuo, al contrario le forme hanno
contorni frastagliati e schematizzati come se le figure
fossero state scansionate in un monitor di computer.”
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Valentina Crivelli, a
ragione, considera la realtà quotidiana come uno scrigno
colmo di esperienze. Esperienze che rendono significativa
l’esistenza di ciascuno di noi che le vive, “poiché le
occasioni della vita sono infinite e le loro armonie si
schiudono ogni tanto a dar sollievo a questo nostro pauroso
vagare per sentieri che non conosciamo” (P. V. Tondelli).
Mutuando un antico topos dell’arte e della letteratura – il
viaggio inteso come metafora della vita, del desiderio di
conoscenza e “sete dell’infinito” (Durkheim), ovvero,
dell’irrefrenabile, ineluttabile e istintiva esigenza che
spinge gli uomini ad un’erranza tanto spirituale quanto
esistenziale – Valentina, nella serie di opere presentate in
questa sede, ha concentrato le sue indagini sui passeggeri
dei vagoni di treni e metropolitane. Per l’esattezza ha
scelto la tratta ferroviaria Terni-Roma, e la linea A della
metropolitana di Roma, direzione Ottaviano-San Pietro. Tale
è stato il tragitto che ha ripetuto più volte per esigenze
personali, ma in quei momenti è sorto in lei lo spontaneo
desiderio-necessità di guardare ciò che le accadeva intorno.
Un coacervo di varia umanità, una babele di lingue e
dialetti, con tanto di afrori e profumi, si può trovare su
queste linee: dai pendolari agli studenti, dalle prostitute
ai barboni - le prime dirette o di ritorno dal lavoro svolto
nelle città di periferia mentre i senza tetto dormono al
caldo fino alla fine corsa -, dai turisti agli sfaccendati,
dagli intellettuali alle più classiche famiglie. Che dire
poi della metropolitana: la prima linea capitolina scelta da
suore e prelati per andare all’udienza pontificia del
mercoledì, da pellegrini più o meno motivati, orde di
turisti pronti ad invadere i Musei Vaticani, vecchie checche
che ad ogni scossone sono pronte a palpeggiare qualche patta
a portata di mano, così come giovanotti o distinti signori
non disdegnano, all’occasione, di saggiare la consistenza di
glutei e tette, o scippatori e mendicanti di ogni
nazionalità, mamme con i figli in braccio dirette al Bambin
Gesù, ragazzetti coatti che pomiciano con le loro “raga”,
nobildonne con guanti in capretto per proteggere le mani dai
germi, filippine cariche di buste della spesa, buongustai
che vanno da Castroni, suonatori di fisarmonica, qualche
militare che ritorna in caserma, studenti che sperano di
trovare libri di seconda mano da Maraldi, pretini di
periferia che vanno a ritirare la loro bella talare fatta su
misura in uno degli atelier specializzati, anziani….curiosi
che si guardano intorno. E poi ci sono quelli che invece non
alzano gli occhi dalla pagina che stanno leggendo e
rileggendo, di libro o foss’anche dell’opuscolo
pubblicitario appena raccattato. Niente e nessuno
riuscirebbe a distogliere la loro attenzione da quel foglio:
i loro occhi sono fissi lì, che sia il loro modo per
estraniarsi dal “non luogo” in cui si trovano? In effetti,
quaggiù, nella rete dei tunnel che creano sotto una
qualsiasi metropoli un microcosmo, con tanto di microclima
alimentato da venti propri, è più facile essere solo con te
stesso; e mentre ti specchi sui finestrini controllando che
non ti siano spuntati ulteriori capelli bianchi, ti rendi
conto di come tutto scorra con velocità e tu sei lì “fermo”
a riflettere, magari incroci uno sguardo malandrino,
sonnecchi, oppure ti viene spontaneo pensare…
“E ti viene da vivere, e ti viene da piangere
e ti viene da prendere un treno
andare affanculo, lasciare tutto com’è,
che qui non è facile, ti senti fragile,
qui, dove tutto quello che conta è quello che senti...
è sentire com’è... sentire com’è...
Com’è straordinaria la vita,
com’è, coi suoi segreti, i sorrisi, gli inganni.
Com’è straordinaria la vita,
che un giorno ti senti come in un sogno
e poi ti ritrovi all’inferno.
Com’è straordinaria la vita,
che non si ferma mai,si, non si ferma mai.”
Ti ricorda Dolcenera dalle cuffie del tuo I-pod. Le tele
di Valentina Crivelli sono intrise della sottile,
impareggiabile elegia del quotidiano. Francis Bacon
sosteneva che nell’arte c’è sempre bisogno di “[…]
intrappolare la realtà in qualcosa di assolutamente
arbitrario.” Ebbene, Valentina cerca di fare esattamente
questo: non denuncia, non critica, non condanna, ma
documenta a suo modo, sperimentando sulla sua pelle quel
“qui e adesso”. Il suo sguardo è pronto ad esaltare anche il
tono intimistico degli eventi-apparizioni che si manifestano
nella loro banale successione. Banale sì, ma dannatamente
concreta, scevra di idealizzazione, perché “Signore e
signori questa è la vita!”: quella vera, non il surrogato
propinato sugli schermi, o nelle pubblicità stampate, dove
tutto è perfettino, dove i vestiti non sgualciscono mai, la
messa in piega regge per intere settimane, dove arride
sempre il successo, dove piovono milioni di euro; le cucine
misurano decine e decine di metri quadrati, dove le signore
puliscono il water sfoggiando maglioncini in cachemire e il
dramma esistenziale più logorante è la scelta giusta del
piano tariffario telefonico. Dicevamo del viaggio come
metafora esistenziale, del bisogno di cambiamento, di un
tragitto iniziatico verso l’ignoto, verso nuove possibilità,
verso ciò che possiamo conoscere sulla concretezza del mondo
esterno e la scoperta del Sé. Anche cinema e letteratura
hanno proposto l’ambiente dei vagoni come possibile esempio
di microcosmo comportamentale: che dire degli assassini di
Agatha Cristie, dei compassati camerieri dell’Oriente
Express, dell’ampio spettro di meschinità, passioni, eroismo
comunicato dai passeggeri in Cassandra Crossing? La ricerca
espressiva di Valentina Crivelli è incentrata sulla realtà:
fenomenica e spirituale. L’interesse per le discipline
sociologiche e antropologiche la spinge verso l’analisi di
stati d’animo e azioni legati alla realtà quotidiana, anche
nei suoi aspetti più semplici e comuni.Il realismo di
Valentina Crivelli non è illustrativo. Eliminando ogni
particolare superfluo ed esornativo, l’artista focalizza
l’attenzione su pochi elementi rivelatori, li catapulta
verso lo spettatore attraverso vertiginose inquadrature e
tagli compositivi di chiara matrice fotografica, che
s’impongono con prepotenza alla nostra attenzione. La resa
pittorica, inoltre, non prevede i tradizionali passaggi
chiaroscurali: Valentina lavora con macchie di colori che
creano una sorta di mappe isoipse-emozionali, nelle quali
l’espressività dei differenti toni sembra indicare le
sfumature delle sensazioni vissute e trasmesse dai soggetti
ritratti, pronte per essere captate da chi sta di fronte a
quell’evento pittorico. Alla giusta distanza l’occhio
ricompone la tessitura cromatica conferendo ai soggetti
rappresentati la giusta volumetria e un chiaro plasticismo.
Le forme dipinte dalla Crivelli si percepiscono come onde
sonore che si propagano nello spazio da un nucleo
originatore. Conscia del fatto che oramai siamo abituati a
vedere attraverso il filtro dei monitor, Valentina
rappresenta il mondo visualizzandolo alla maniera delle
immagini digitali, vettorializzate: questa è la realtà
tangibile dei nostri giorni, intimamente confusa con quella
virtuale. Concettualmente e fattivamente Valentina applica
un procedimento operativo affine a quello messo in atto da
Roy Lichtenstein: analizza la struttura dell’immagine
prodotta da una macchina (che potrebbe ripetersi in milioni
di esemplari identici), la isola e la riproduce a mano
facendone un pezzo unico e irripetibile. Cinquant’anni fa i
macchinari più diffusi per produrre immagini stampate erano
le rotative tipografiche, come quelle dei comic strips (i
fumetti), oggi sono le stampanti dei pc. Cambiano i tempi,
le modalità e gli strumenti della visione, ma il mezzo
meccanico non potrà mai sostituire la manifattura del
quadro, il lavoro del pittore (come sosteneva Courbet), che
riveste l’opera d’arte della sua ben nota “aurea”
(Benjamin).
Francesco Santaniello,
critico e storico dell’arte |
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